Pensieri
"E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. E' dire senza timore, E' MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. E' vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà."
"Eccoli! esclamai io, eccoli che si avanzano contro la nostra posizione coll'intento di fucilarci tutti quanti, coraggio adunque fratelli, facciamo loro vedere che noi pastorielli sappiamo riceverli bene e siamo pronti a scannarli, come sappiamo scannare i capretti. Coraggio adunque io sono con voi; se dovessimo sloggiare da qui, sarò sempre io l'ultimo ad uscire".
Sapete cosa mi fa tremare? È il sangue freddo, è la flemma di quell'uomo. Oh come lo vorrei vincere, non tanto pel piacere di far scorrere dell'altro sangue, quanto per dimostrare e fargli toccar con mano come nelle provincie del nostro disgraziato paese, vi sono uomini che valgono tanto per quanto valgono gli altri uomini della terra; per insegnare a cotesta gentaglia piemontese, che con motti arguti ci ha chiamato: "testoni, codardi, cafoni, rozzi, ignoranti e bigotti", come anche noi abbiamo del fegato e del cuore!".
Ai primi raggi del sole nascente luccicavano le armi e le uniformi degli ufficiali; questi erano tutti montati chi su mule, chi su cavalli; avevano la sciarpa azzurra a tracolla, la pistola al fianco e qualcuno il fucile alla spalla. Mentre le colonne avanzavano silenziose, io pensavo a quel comandante piemontese ed a' suoi ufficiali, che avevano di noi meridionali un concetto così basso, che ci credevano tutti vili e come tali trattavano le popolazioni che davano loro ospitalità. "Vedrete, vedrete cosa sapranno fare questi miei pastorielli", mormoravo tra me e me. "Qui tra noi non troverete il lusso di fucili rigati, ma vecchi archibugi, non sciabole affilate e accumulate, ma scuri taglienti, pistole a pietra focaia, lunghi pugnali, coltelli catalani. Senza il lusso di ricche uniformi, anzi laceri e scoperti, scalzi o con scarpe di tela, cappellaccio alla calabrese, cartuccera alla cintola, noi di pastorielli abbiamo solo le sembianze, ma siamo pronti a ricevervi da pari a pari".
Ad una lotta aperta e cruenta preferii la guerra d'astuzia, per cui, lasciata la via, m'internai nei boschi ove sarebbe stato facile l'agguato e la vittoria.
Il servizio militare mi era simpatico, e non mi pareva pesante; quello che non potevo soffrire era il vedere quasi tutti i giorni bastonare i compagni, che per non essere attenti cadevano in qualche mancanza disciplinare. In quanto a me abituato al duro tratto dei castaldi pugliesi, la disciplina rigida e severa non mi spaventava. Sulle prime piangevo pensando al paese, agli amici, alla fidanzata (che si scordò subito di me sposando un altro, che poi io le tolsi per farlo brigante); ma grado a grado mi abituai e fui ottimo soldato di rara condotta, come risulta dai ruoli matricolari del I reggimento artiglieria, 2^ compagnia.
Non credere che Carmine Donatello Crocco sia veramente un ladro ed un assassino, o come taluni credono un funesto soggetto; niente di tutto ciò. La mia ferocia si riduce alla difesa personale ed essendo di complessione forte, di pronta percezione, di acuto intendimento e di lesta mano, un secondo di tempo che l'avversario mi concedeva, egli era cadavere, con qualunque arma, fosse pure a sassate. Del resto, amante della quiete, della pace, dell'ubbidienza, del rispetto dovuto al superiore, alla legge, pronto a soccorrere il mio simile, io non cercai mai litigi, ma... guai a chi mi stuzzicava. Sono 25 anni che sono rinchiuso in case di pena, non ho mai questionato con alcuno ed avrò divisi un paio di centinaia di rissanti che senza di me avrebbero sparso sangue.
Il lavoro non mi faceva paura, mi sentivo sano e vegeto, ero avvezzo ai disagi, per cui avrei faticato volentieri tutto il giorno pur di coltivare col tempo un pezzo di terreno che fosse mio. Ma purtroppo io non ero nato per zappare il suolo, a me non spettava la gioia dell'uomo onesto; il serpentello della povera pazza doveva da vero rettile schifoso avvelenare la sua e migliaia di esistenze e così purtroppo fu.
La femmina è la figlia dell'uomo senza di essa non vi è padre contento; e finalmente la femmina è sorella dell'uomo e senza di essa non vi è fratello contento, ne famiglia contenta. Pensa a quanto scrisse Guerrazzi: "rispettare la donna poiché sua madre fu tale" e se questo rispetto non senti profondamente in tè, impugna l'aratro e zappa la terra, tu non meriti sorte migliore.
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